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Sabato 06 Febbraio 2016 17:40

Greenpeace sta scivolando verso un declino irreversibile

xeditorial-160T 1rfgJon Burgwald indossa il cappotto di pelliccia di focaCommento del Capitano Paul Watson
Se Greenpeace sostiene la caccia alle foche, allora appoggerebbe anche l’uccisione di animali selvatici in Africa?
Cosa farà Greenpeace con Jon Burgwald, il promotore della pelliccia di foca?
Ad oggi Greenpeace non ha risposto alla mia richiesta di risolvere il contratto di Direttore della Campagna Artica con Jon Burgwald.
In quanto cofondatore di Greenpeace, e avendo dato avvio e condotto le sue prime campagne in difesa delle foche sulla costa orientale del Canada, non avrei mai pensato di vedere il giorno in cui un direttore, alle dipendenze di Greenpeace, avrebbe accettato in regalo un gilet di pelliccia di foca e avrebbe promosso la caccia commerciale alle foche e l’uso della pelliccia di foca nell’industria della moda (intervista a Jon Burgwald).


L’ultima cosa che chiunque si sarebbe aspettato da Greenpeace era il sostegno e la legittimazione dell’industria della caccia alle foche.
Mi sono sentito oltraggiato dall’affermazione fatta da Burgwald che ha definito un errore le campagne di Greenpeace svoltesi negli anni settanta e ottanta. Ho dato inizio e ho guidato le prime campagne di Greenpeace in difesa delle foche. È facile per Burgwald definirle un errore, visto che non ha mai preso parte ad alcuna campagna per difendere questi animali.
Noi che lo abbiamo fatto, invece, abbiamo sopportato condizioni climatiche estreme, siamo stati picchiati, arrestati, siamo stati messi in prigione e multati. Dopo anni di lotte abbiamo vinto e ora questo tizio, che si definisce Direttore di Greenpeace Artico, afferma che abbiamo sbagliato.
Se questa è davvero la posizione di Greenpeace, allora dovrebbe restituire le decine di milioni di euro e di dollari raccolti negli anni per le campagne in difesa delle foche.
Le mie domande e le mie proteste all’indirizzo di Greenpeace su Burgwald non hanno ricevuto risposta.
Naturalmente non mi aspettavo una risposta diretta da Greenpeace. La loro politica è quella di non rispondermi ed essenzialmente di ignorare qualunque cosa io scriva o dica, e questo, ovviamente, è un loro diritto. Se hanno paura di discutere con me, lo capisco.
Uno dei responsabili più influenti di Greenpeace, Pascal Husting, non è riuscito a trattenersi e ha inviato un messaggio a un conoscente in comune, chiedendogli di recapitarmelo.
Ecco il messaggio:
Ciao (nome omesso), puoi condividere questo breve video con il tuo amico Watson e dirgli che Greenpeace ha altro da fare piuttosto che occuparsi delle fottute foche e che lui, invece di fare il ciarlatano nell’Oceano del Sud, dovrebbe andare a salvare i bambini siriani e iracheni. In amicizia (con te), Pascal. (Pascal Husting).
Nel video c’erano dei rifugiati siriani tratti in salvo nel Mar Mediterraneo, come a sottolineare che le foche e le balene non dovrebbero essere la nostra priorità, cosa alquanto bizzarra visto che, in qualità di organizzazione dedita alla conservazione marina, le foche, le balene, le tartarughe marine e i pesci costituiscono tra le varie specie la nostra priorità dal 1977.
Per me è stata una rivelazione il fatto che Husting consideri i nostri interventi di successo contro la baleneria illegale giapponese in Oceano del Sud come stupidi, ma non tanto stupidi da impedire loro di raccogliere fondi per lo stesso motivo, sebbene poi non nell’Oceano del Sud non ci vadano.
E forse non stupidi quanto la storia dei voli di Husting.
Pascal Husting può certamente sentirsi solidale con Jon Burgwald poiché, come lui, è stato fonte di imbarazzo per Greenpeace nel giugno del 2014, quando scoppiò uno scandalo dopo che il Guardian denunciò che egli raggiungeva ogni settimana il suo ufficio di Greenpeace, dal Lussemburgo, utilizzando l’aereo per coprire una distanza di meno di 200 km.
Una sfacciata ipocrisia per un uomo che dà lezioni al mondo sull’impronta ecologica e che promuove una campagna anti-volo, quando avrebbe facilmente potuto prendere un treno. Di contro ogni volo è costato 200 sterline e ha causato l’emissione di 142 chili di anidride carbonica o dieci volte la quantità generata dallo stesso viaggio fatto in treno.
È stata la classica situazione del predico bene e razzolo male.
Ma, pronto a giustificare le loro azioni, John Sauven, Direttore Esecutivo di Greenpeace Regno Unito, ha affermato: “È davvero difficile: a quali compromessi si scende nello sforzo di rendere il mondo un posto migliore?”
A tutti quelli necessari per cavarsela, suppongo.
Jon Burgwald è stato forse obbligato a scendere a compromessi accettando in regalo un gilet di pelliccia di foca, ad affermare che Greenpeace dovrebbe promuovere i prodotti derivati dalla foca e a twittare quanto si sia divertito a una sfilata di moda con capi in pelliccia di foca?
A un sostenitore che ha chiamato l’ufficio di Greenpeace è stato detto che non avevano alcuna intenzione di licenziare Jon Burgwald perché è stato lui che ha obbligato la Shell a ritirarsi dall’Artico. Certamente scherzano. La Shell si è ritirata a causa dei prezzi del petrolio in caduta, che hanno reso gli sforzi per l’esplorazione artica un’impresa poco redditizia. Se c’è qualcuno che può prendersi il merito di aver fatto desistere la Shell, quella è l’OPEC, non di certo Burgwald.
Un uomo di Greenpeace, che indossa un cappotto di pelliccia di foca e che promuove la caccia a questi animali è davvero difficile da giustificare, ma pare che Greenpeace stia continuando a farlo.
Quale sarà il prossimo passo? Forse la zuppa di pinne di squalo, o forse uno di Greenpeace che sparerà a un leone e definirà la sua azione conservazione.
Greenpeace ha inviato la seguente risposta a uno dei loro sostenitori che protestava per la posizione di promozione dei prodotti di pelliccia di foche “autoctone” espressa dal loro responsabile della Campagna Artica, Jon Burgwald:
“Non promuoviamo l’industria delle pellicce, non lo abbiamo mai fatto e mai lo faremo. Purtroppo il titolo della notizia e il modo in cui il giornalista ha presentato la storia fanno credere che Greenpeace affermi che tutte le pellicce di foca siano sostenibili. Non è così. La nostra posizione sulle pellicce di foca non è cambiata: la caccia alle foche commerciale, su larga scala e insostenibile dovrebbe finire, ma noi rispettiamo il diritto delle Popolazioni Indigene Artiche di raccogliere (il verbo harvest, qui utilizzato, si riferisce all’azione di prendere da terra qualcosa che vi nasce o che vi si trova abitualmente, nota di traduzione) foche. Distinti saluti, Ludmila (Greenpeace)”.
Devo dire che in tutti gli anni di associazione a Greenpeace non li ho mai sentiti utilizzare l’espressione “raccogliere foche”. Questa è un’espressione utilizzata dall’industria.
Burgwald non ha affermato che Greenpeace promuoverebbe “tutti” i prodotti di pelliccia di foca ma ha detto che promuoverebbe i prodotti di pelliccia di foca, malgrado il fatto che stesse promuovendo la Great Greenland Fur Tannery, una società con un amministratore delegato danese che esternalizza il lavoro in Polonia e in Grecia. La stessa società che gli ha donato il gilet di pelle di foca che tanto orgogliosamente indossa.
Questi sono i messaggi testuali twittati da Jon Burgwald:
“Ascoltate sulla MSNBC perché ritengo che si possano tranquillamente indossare i prodotti di pelle di foca provenienti dalla Groenlandia”.
Questo tweet ha ricevuto la seguente risposta da Nauja Bianco della società Great Greenland Fur Tannery: “Guardatemi (e guardate Greenpeace) sulla MSNBC. Messaggio chiave. Va BENE indossare prodotti derivati dalle foche”. (Pensa che vada bene perché lo ha detto Greenpeace ed era proprio quello che volevano sentirsi dire).
Burgwald ha anche twittato il seguente messaggio: “Mi trovo a una mini sfilata di moda per capi in pelliccia di foca groenlandesi. Bellissimo!”
Kevin McGwin, un giornalista freelance danese dell’Artic Journal, ha inviato questo tweet a Jon Burgwald: “Perché Jon Burgwald non indossa il suo nuovo gilet?”
Burgwald ha twittato la sua risposta: “Perché è stato registrato prima che lo indossassi (sfortunatamente)”.
Non pare che sia un uomo le cui dichiarazioni siano state travisate; le sue esatte parole sono su un video e sono state trasmesse dalla MSNBC.
Ludmila, nel suo messaggio in difesa Burgwald, fa apparire che egli sia stato frainteso o che le sue parole siano state estrapolate dal contesto; ma nell’intervista Burgwald afferma chiaramente che è ora di andare avanti e di promuovere i prodotti derivati dalle foche. Non ha neanche detto prodotti “autoctoni”. Ha affermato a chiare lettere “prodotti derivati dalle foche”. Ed ha affermato che la campagna di Greenpeace contro il massacro delle foche per finalità commerciali è stata un errore. Ha detto con chiarezza che pensa che la caccia alle foche della Groenlandia sia “grandiosa”.
Greenpeace prova a dire che loro non incentivano l’industria delle pellicce, che non lo hanno mai fatto e che mai lo faranno, ma promuovendo capi presentati in sfilate di moda e venduti sui mercati mondiali stanno sicuramente appoggiando la caccia alle foche e l’industria delle pellicce.
Non si giustificano i prodotti definendoli autoctoni. La caccia praticata dagli indigeni è per loro, non per i mercati internazionali. Non c’è niente di tradizionale o di culturale nel vendere cappotti di pelliccia agli europei e agli asiatici.
Greenpeace si trova su una china molto scivolosa se crede di poter giustificare le pellicce di foca nella moda e per finalità commerciali affermando che questa sia una pratica locale.
È lo stesso motivo per cui Greenpeace Alaska supporta la caccia sportiva degli orsi polari.
Fu grazie al sostegno fornito al governo degli Inuit del territorio Nunavik, che si opponeva alla protezione degli orsi poiché i cacciatori sportivi di orsi polari fornivano lavoro alle guide Inuit.
Greenpeace si oppose all’inserimento della specie fra quelle protette, in virtù di una posizione “politically correct”: non potevano opporsi alla caccia degli orsi polari supportata dalle comunità native.
Melanie Dunchin, portavoce di Greenpeace ad Anchorage, Alaska, nel 2006 affermò che la sua organizzazione non era contro la caccia agli orsi polari. “Se le specie di alcune popolazioni che contribuiscono al riscaldamento globale possono sostenere una caccia commerciale, allora noi non ci opporremo”.
Nel 2013, il WWF e Greenpeace erano le uniche organizzazioni non governative presenti alla COP16 che influenzavano attivamente il persistente commercio internazionale, essendo contro l’inserimento degli orsi quale specie protetta, schierandosi quindi dalla parte dei consumatori, dei commercianti e dei cacciatori/bracconieri.
L’unico motivo per cui Greenpeace ha sostenuto questa linea di pensiero è il desiderio di essere a tutti i costi “politically correct”, prendendo le parti degli Inuit, malgrado il fatto che fare da guida a cacciatori sportivi affinché uccidano orsi polari può difficilmente essere giustificato come autoctono, tradizionale o come una pratica culturale legata alla sussistenza.
Affermare che qualcosa è autoctono può giustificare molte cose. Ad esempio il commercio di carne di animali selvatici dell’Africa occidentale. Greenpeace sosterrebbe allora l’uccisione di gorilla, scimpanzé, leopardi, elefanti e giraffe da parte delle popolazioni indigene del Congo affinché questi vengano venduti ai ristoranti di Kinshasa?
Spero proprio che non lo faranno, ma non vedo la differenza rispetto a un cacciatore Inuit che fornisce un prodotto da vendere a Tokyo o che fa da guida a un cacciatore sportivo.
Vi sono quindi due pesi e due misure quando si tratta di fornire prodotti a ricchi stranieri o di opporsi alla caccia e alla vendita di prodotti della fauna selvatica da parte di popolazioni africane indigene ad africani residenti in aree urbane.
Greenpeace sostiene quindi le popolazioni locali dell’Africa che fanno da guida ai cacciatori bianchi in cerca di trofei?
Si può facilmente abusare della parola “autoctono”. Proprio come il termine “sostenibile” viene utilizzato per perpetuare senza modifiche alcune attività, dalla pesca al disboscamento.
In Giappone il governo afferma che l’uccisione dei delfini è legata a una tradizione, che tale pratica è sostenibile e locale, nonostante sia iniziata negli anni sessanta. Allo stesso tempo però, alla vera popolazione indigena del Giappone, gli Ainu, viene vietato dal governo giapponese di uccidere cetacei, malgrado lo abbiano storicamente e tradizionalmente sempre fatto.
A Santa Lucia, Saint Vincent e Grenadine l’uccisione dei globicefali e delle megattere viene giustificata in quanto caccia appartenente alla cultura indigena, malgrado il fatto che i cacciatori noi siano nativi Caribi ma afroamericani. Il fatto che i Caribi siano stati portati all’estinzione non rende di certo “indigena” la popolazione locale che li ha invasi e rimpiazzati.
Abbiamo le Isole Faroe dove si rivendica il diritto di uccidere delfini in quanto pratica appartenente alla cultura indigena.
Possono delle persone che guidano auto, barche a motore, che usano motoslitte, che uccidono con fucili ad alto potenziale e che godono dei lussi della tecnologia rivendicare lo status di indigeni?
Greenpeace deve smettere di giustificare le vergognose dichiarazioni di Jon Burgwald e deve rimuoverlo dal suo ruolo di direttore e portavoce. Greenpeace deve anche chiarire cosa avalla e cosa non ha il suo sostegno.
Ho ricevuto diversi messaggi da parte dei loro sostenitori che mi chiedevano perché sto provando a distruggere Greenpeace. Non lo sto facendo. Perché mai dovrei voler distruggere qualcosa che ho contribuito a creare e che sarà per sempre un’eredità duratura legata al mio nome? Non ho intenzione di distruggere Greenpeace, desidero piuttosto evitare che essa possa tradire i principi che abbiamo stabilito quando abbiamo fondato l’organizzazione nel 1972. Il mio ruolo è quello di non far dimenticare a Greenpeace i valori che hanno reso il suo nome riconoscibile in tutto il mondo e di certo tra quei valori non c’è il sostegno alla caccia alle foche e alle balene, l’uccisione dei delfini e la caccia agli orsi polari.
Se Pascal Husting crede che Greenpeace non dovrebbe occuparsi delle “fottute” foche e se crede che difendere le balene in Oceano del Sud sia stupido, dovrebbe andarsene anche lui.
Come ha dimostrato l’ex Presidente di Greenpeace Canada, che oggi è un lobbista per l’industria nucleare, quella chimica, per gli allevamenti di salmone e per le industrie che producono OGM, ci sono sempre opportunità lavorative per quelli che tradiscono i principi di Greenpeace.

editorial-16020e-05856264 n-largeJon Burgwald con indosso il gilet di pelliccia di foca

 



 

 

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